Giovedì sera la nostra chiesa si è trasformata in un luogo di pace, di luce e — lasciatemelo dire — di famiglia.
Entrando, si percepiva subito qualcosa di diverso: l’altare preparato con grande cura, il drappo rosso che scendeva come una vena viva, segno del Calice della benedizione di cui stiamo riflettendo nelle nostre catechesi.
Quel rosso non era un dettaglio estetico, ma un richiamo: ci ricordava che la nostra comunione nasce dal Sangue di Cristo, e che è lì che tutti torniamo, ogni volta che siamo un po’ smarriti.
Accanto all’altare, la figura del Beato Carlo Acutis sembrava “di casa”.
Non un ospite illustre, ma un fratello maggiore che ti guarda e ti dice:
“Non complicarti la vita: lascia entrare Gesù e il resto si aggiusta”.
La veglia “Resta con noi, Signore”, prima tappa del nostro nuovo cammino, è stata davvero un dono.
Vedere i giovani, gli animatori, gli adulti inginocchiati sotto la croce è stato uno di quei momenti che ti rendono fiero della tua comunità.
C’era silenzio… ma un silenzio pieno.
Si sentiva la preghiera.
Si sentiva la ricerca.
Si sentiva il bisogno sincero che il Signore “restasse” accanto a ciascuno.
Il Vangelo di Emmaus ci ha guidati:
“Resta con noi, perché si fa sera.”
Quante sere abbiamo nel cuore… e quante volte abbiamo bisogno che il Signore non si allontani.
San Paolo, con le sue parole, ci ha riportati all’essenziale del nostro cammino di queste settimane:
“Noi, benché molti, siamo un solo Corpo perché partecipiamo all’unico Pane.”
Non saremo mai perfetti, ma insieme — nell’Eucaristia — siamo qualcosa di più bello di ciò che riusciamo a vedere.
In questo clima, Carlo Acutis è stato una presenza discreta ma fortissima.
Un ragazzo come i nostri, come i vostri figli: simpatico, normale, appassionato… e con l’Eucaristia al centro.
Mi sono commosso guardando i giovani che fissavano la sua immagine: era come se Carlo parlasse direttamente a loro, con semplicità:
“Puoi farcela anche tu. Lascia fare a Gesù.”
Il gesto delle orme è stato uno dei momenti più belli della serata.
Ognuno ha scritto un passo del proprio cammino, una fatica, un desiderio, un grazie… e lo ha deposto ai piedi dell’altare.
Vedere quel mosaico di orme colorate mentre l’Ostensorio illuminava tutto dall’alto è stata un’immagine potente:
una comunità in cammino, una comunità che si affida.
Poi il silenzio: lungo, intenso, pieno di una Presenza che non ha bisogno di parole.
E quando abbiamo affidato i nostri giovani con una preghiera di Papa Francesco, vi confesso che ho sentito qualcosa di bello.
Era come se tutta la chiesa, quella di pietra e quella fatta di persone, si stringesse attorno ai ragazzi con un abbraccio vero.
Ecco la preghiera che abbiamo recitato:
O Padre, dona ai giovani il coraggio di sognare e la forza di realizzare i loro sogni.
Sostienili nella stanchezza, orienta i loro passi sulla via del bene e fa’ che non si lascino mai rubare la speranza.
Fa’ che siano protagonisti del loro futuro, liberi e consapevoli, con le scarpe pronte a camminare e non seduti sul divano.
Aiutali ad avere un cuore libero, attento al bene dei fratelli e a discernere ciò che è giusto per costruire insieme una società di pace e cooperazione.
Mostra loro la gioia dell’amore gratuito di Gesù e donaci, o Padre, la forza di seguirlo senza paura, annunciando con gioia che Tu sei il Signore. Amen.
Siamo tornati a casa con più luce negli occhi e più pace nel cuore.
È bello quando una comunità si mette davanti al Signore e si lascia guardare.
È bello quando i giovani non sono spettatori, ma protagonisti.
È bello quando la fede ci unisce davvero.
Abbiamo iniziato il cammino con questa veglia.
E, credetemi, non potevamo partire meglio di così.
Perché dove Gesù resta, la vita riparte.
P.Stefano






