L’appuntamento con il laboratorio della pace all’oratorio “Giovanni Paolo II” di Olivarella comincia a rappresentare una tappa fissa nella proposta delle attività e dei momenti formativi promossi durante l’anno.

Dopo l’incontro del mese di gennaio, in occasione dei festeggiamenti per Don Bosco, durante il quale la riflessione ha riguardato la possibilità di costruire la pace in termini materiali e simbolici, aprile è stato il tempo dedicato ai temi dell’impegno, della memoria generativa e della testimonianza.

L’organizzazione del laboratorio si è distribuita in due giorni per dare modo a tutta la comunità di partecipare ad incontri pensati e destinati a fasce di età differenti: gli adolescenti (coinvolti nel progetto di formazione Academy), gli adulti e i bambini. Si faceva riferimento alla testimonianza, perché ad ognuno di questi appuntamenti ha partecipato un ospite importante, il cui racconto è stato al cuore del presente laboratorio: Marco Pandolfo.

Marco è, prima di tutto, un amico che sin da subito ha abbracciato l’idea di riportare il suo racconto in oratorio e di rendersi disponibile per la comunità che lo ha accolto; a questa apertura gratuita è corrisposta una profusione di impegno da parte di alcuni animatori e degli operatori del Servizio Civile Universale, coinvolti nel progetto Operatori di pace, per dare valore ad una storia che, nella sua singolarità, tocca e riguarda l’identità collettiva del popolo siciliano (e non solo).

Marco è figlio del dottore neurochirurgo Domenico Nicolò Pandolfo (detto Nicola), vittima innocente della ‘ndrangheta calabrese, ucciso il 20 marzo del 1993; della sua storia sono stati messi in risalto: la capacità di vivere il suo tempo e la sua vocazione professionale in modo onesto, il coraggio di compiere scelte davanti alle quali ci si sarebbe potuti tirare indietro, l’impegno nello spendersi per i suoi pazienti e per le persone che avevano bisogno di lui.

Proprio impegno è stata la parola chiave che ha accompagnato gli incontri e ha messo i partecipanti davanti alla reale possibilità di impegnarsi, soprattutto nelle piccole cose di ogni giorno.

Anche durante questo laboratorio i pensieri e lo scambio di riflessioni sono confluiti in un’attività pratica, creativa e di sintesi; ovvero, la realizzazione di un albero composto da radici “pesanti” e significative, con alcuni nomi da non dimenticare di vittime innocenti delle mafie: Beppe Alfano, Elisa Geraci, Carmelo Battaglia, Graziella Campagna, Attilio Manca, Anna Maria Cambria, Nunziata Spina, Nino D’Uva, Provvidenza Bonasera, Carmelo Martino Rizzo, Emanuela Loi e, chiaramente, Domenico Nicolò Pandolfo.

Dalle radici si sviluppa il tronco, segnato dai nomi degli adulti della comunità, a rappresentare la loro esperienza e il sostegno delle fondamenta per i più piccoli; le foglie e i frutti realizzati dagli adolescenti e dai bambini, immagini di un impegno in divenire, giovane e da costruire passo dopo passo.

L’albero che ne è venuto fuori, grande e colorato, è un simbolo di memoria e contemporaneamente di presa di coscienza del passato, di sguardo attento sul presente e di obiettivi concreti per il futuro, come continua ad insegnarci Nicola con il suo esempio di vita autentica.

Alessandro Aspa e Martina Parisi